Iniziativa Riparazione

Riparazione a favore dei bambini che hanno subito collocamenti e delle vittime di misure coercitive a scopo assistenziale, intervento in Consiglio nazionale 26.4.2016.

La rielaborazione integrale di un triste capitolo della nostra storia arriva tardi, ma è comunque un passo fondamentale e dovuto nei confronti di coloro che ne sono stati vittime, ma anche per evitare che in futuro situazioni simili possano ripetersi.

Dopo che il governo ha chiesto scusa alle vittime di misure coercitive a scopo assistenziale per i gravi torti subiti, è iniziata un importante processo di rielaborazione di questo triste capitolo del nostro passato che ha visto numerosi bambini, giovani e adulti prima del 1981 collocati a servizio in aziende commerciali o agricole ed in istituti oppure internati sulla base di decisioni amministrative in stabilimenti chiusi e talvolta addirittura in penitenziari. Si tratta di persone private dei loro diritti, alcune delle quali hanno subito sterilizzazioni o adozioni forzate, mentre su altre persone sono stati testati dei medicamenti.

Le misure coercitive erano disposte perché i bambini provenivano da famiglie povere o erano magari figli illegittimi, perché la situazione familiare era precaria oppure perché i ragazzi e le ragazze erano considerati difficili, magari ribelli. Come conferma il Consiglio federale nel suo messaggio, in Svizzera sono decine di migliaia i bambini e i giovani, alcuni soltanto perché appartenenti a famiglie nomadi, le vittime di questi collocamenti.

Solo in seguito alla ratifica della Convenzione europea dei diritti umani, nel 1981, la Svizzera rinuncia all’internamento coatto di bambini e adulti, al collocamento extra-famigliare di minorenni, alle sterilizzazioni e agli aborti forzati, alla violazione dei diritti riproduttivi.

Ho incontrato alcune di queste persone che hanno subito queste misure coercitive e che sono state collocate in istituti e le cui infanzie e vite sono state rubate. Ho sentito e letto le loro testimonianze. Proprio perché non basta leggere i documenti – che sono apparsi negli archivi – di quegli anni bui, ho ascoltato quello che hanno da dire queste persone, perché si deve dar voce a coloro che, purtroppo, questo capitolo della nostra storia l’hanno vissuto. Sono persone le quali sono state stigmatizzate e umiliate per anni e su di loro pesa ancora oggi quello che hanno passato. È un capitolo triste della nostra storia che merita il riconoscimento delle ingiustizie inflitte. Si tratta di rielaborare il passato per guardare anche a un futuro capace di rispettare tutte quelle persone che vivono situazioni difficili, di povertà e di isolamento e che non possono essere private dei loro diritti. È un atto importante, al quale non possiamo sottrarci.

Certo, dando seguito a quanto chiede l’iniziativa che trova risposta di fatto nel controprogetto indiretto, non si risaneranno del tutto le ferite che molte persone hanno subito. Ma questo è il minimo che si può fare per ridare loro dignità e far sì che fatti simili non accadano mai più. È un dovere che abbiamo, come società e come politica, quello di affrontare questi capitoli bui del nostro passato. Si tratta di un lavoro di elaborazione collettiva necessario nei confronti di chi soffre ancora oggi. Ci vuole una valutazione scientifica, l’accesso agli archivi ma anche un risarcimento finanziario con un contributo di solidarietà, così come richiesto dai promotori dell’iniziativa e proposto poi nel controprogetto.

Una persona vittima di misure coercitive, che ha vissuto un collocamento – che ha pesato anche nel percorso successivo della sua vita e della vita dei suoi figli – ha detto che elaborare e raccontare quanto vissuto, serve anche a migliorare il presente.

Ecco perché sostengo le richieste dell’iniziativa e le risposte che il controprogetto indiretto dà – ciò permetterà di elaborare rapidamente questo triste e buio passato.

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