Se trent’anni dopo Schweizerhalle ci fosse un incidente nucleare?

14962786_1800235020193860_6349297485150105593_n   Nei giorni scorsi i mass media hanno ricordato l’incidente chimico di trent’anni fa, accaduto nello stabile Sandoz di Schweizerhalle a Basilea. Studiavo a Basilea e quella notte fui svegliata dalle sirene e dall’informazione fornita dalla polizia con gli altoparlanti di rimanere chiusi in casa. Mi impressionarono le immagini dei giorni seguenti quella notte, il fiume Reno divenuto rosso, i pesci morti. I danni ambientali furono importanti, alcune persone subirono irritazioni alle vie respiratorie. Pochi mesi prima, a Cernobyl, era scoppiato un reattore nucleare. Se l’incidente di Schweizerhalle portò a un cambio di paradigma per quanto riguarda i controlli e le misure di sicurezza operati nel nostro paese sull’industria chimica, assai diverso è il discorso per quanto riguarda le centrali nucleari.

Dopo l’incidente nucleare di Cernobyl si sosteneva che da noi un incidente simile non sarebbe mai potuto accadere. Poi capitò la catastrofe di Fukushima nel 2011 e si sostenne che il Giappone non è la Svizzera, ed è vero.. Ma in Svizzera ci sono delle centrali vetuste e pericolose: la centrale nucleare di Beznau I è attiva da ben 47 anni, è a livello globale la centrale in uso più a lungo e ha dei seri problemi di sicurezza che nessun miglioramento infrastrutturale può risolvere.

L’iniziativa per un’uscita programmata dal nucleare chiede un piano d’azione graduale e concreto per sancire la fine dell’energia nucleare nel 2029. Essa si inserisce nella strategia energetica della Confederazione, che prevede, entro il 2050, il nostro approvvigionamento energetico basato, in gran parte, sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili. Questa strategia è stata recentemente approvata dal parlamento, ma purtroppo non contempla nessuna misura per chiudere le vecchie centrali nucleari esistenti. L’iniziativa, che chiede una graduale messa fuori uso delle centrali nucleari entro il 2029, riempie quindi questa lacuna, inserisce un nuovo capoverso nella Costituzione e garantisce così il successo della svolta energetica. L‘iniziativa perciò è sostenibile ed è fattibile grazie alle molteplici possibilità che abbiamo di ricorrere a fonti di energia alternative e pulite.

Il comitato dei medici per l’ambiente alcune settimane fa ha comunicato il suo sostegno all’iniziativa per un’uscita pianificata dal nucleare. L’ha fatto basandosi su alcuni dati che si sommano a quelli di altri esponenti del mondo scientifico convinti dalla necessità di abbandonare l’energia nucleare. Scrive, infatti, la copresidente del comitato, la dottoressa Bettina Wölnerhanssen: ,,Fosse un farmaco, l’energia nucleare sarebbe vietata da lungo tempo. I rischi e le controindicazioni superano di gran lungo i benefici e esistono delle alternative molto meno costose.” L’energia nucleare produce danni alla salute e all’ambiente in tutte le sue fasi, dall’estrazione dell’uranio fino allo smaltimento. Un incidente a un reattore ha delle gravissime conseguenze sulla salute e sull’ambiente, che durano decenni e in alcuni casi sono irreversibili.

“Per aiutare l’ambiente serve la volontà di non farsi calpestare la salute” ha risposto il noto scrittore e attivista Erri de Luca a un giornalista. Ed è proprio il binomio ambiente e salute che ci deve far votare, il 27 novembre, un sì convinto all’uscita pianificata dal nucleare. Non possiamo permetterci un incidente nucleare per decidere di agire!

 

pubblicato su il Corriere del Ticino il 12.11.2016

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