Non ci metteranno a tacere

La differenza salariale tra donne e uomini è ancora del 15% e ai piani superiori della politica, delle imprese e anche delle università, le donne sono ancora in minoranza. Il lavoro domestico e di cura dei figli, degli anziani e dei familiari ammalati è appannaggio soprattutto delle donne, e non è né riconosciuto né retribuito. Noi donne siamo in marcia e in molte parti del mondo l’8 marzo incroceremo le braccia per dire no alle discriminazioni, alle disparità salariali, alla disuguaglianza, alla violenza domestica e al sessismo.

Accanto al movimento che ci vedrà protagoniste anche in Svizzera, c’è un altro dibattito in corso che ci tocca direttamente: quello delle discriminazioni nell’ambito della previdenza vecchiaia. Molte donne hanno salari bassi e importanti lacune nel loro sistema assicurativo che si ripercuoteranno pesantemente al momento del pensionamento. Il reddito proveniente dall’attività lucrativa è il parametro di calcolo per la rendita, e le donne, purtroppo, sono sovrarappresentate in lavori con stipendi bassi e sottorappresentate nelle funzioni ben retribuite. Per le donne il prezzo da pagare di un aumento dell’età di pensionamento a 65 anni è alto, ed è per questo che in parlamento io, con il mio gruppo parlamentare, mi sono opposta.

Ma per aumentare le rendite delle donne con salari bassi o che lavorano a tempo parziale la riforma del nostro sistema pensionistico attuale è molto importante: senza di essa, non solo non ci sarà nessun aumento, ma ci sarà un peggioramento delle rendite attuali. Molte casse pensioni stanno diminuendo il tasso di conversione che trasforma il capitale accumulato in rendita. Senza interventi incisivi ci saranno ulteriori pressioni sulla previdenza professionale a causa della volatilità dei rischi dei mercati finanziari, dove sono attive le casse pensioni. Senza provvedimenti le finanze dell’AVS saranno sotto pressione e non potranno compensare quelle perdite.

La politica ha il dovere di agire rapidamente per contrastare questa tendenza, altrimenti avranno gioco facile coloro che già oggi propugnano un aumento dell’età di pensionamento a 67 anni e una riduzione delle rendite AVS. I dibattiti in parlamento hanno mostrato i veri piani dei partiti di destra: lavorare più a lungo, assicurarsi privatamente per la vecchiaia e tassi di conversione più bassi. Per contrastarli è quindi necessario mettere l’accento sul primo pilastro piuttosto che sul secondo: 840 franchi di rendita AVS in più all’anno e l’aumento del plafond per le coppie fino a 2’712 franchi all’anno sono il primo miglioramento dell’AVS dopo 20 anni che, con altre misure, permetteranno di compensare le perdite nella previdenza professionale.

Una proposta, che rafforza il primo pilastro e permette di migliorare concretamente la situazione di molte donne, tenendo conto della loro condizione peculiare di lavoratrici a tempo parziale, spesso con interruzioni dei loro percorsi lavorativi a causa della maternità. Sono 500’000 le donne che lavorano e che dipendono solo dall’AVS. Si tratta quindi di un passo avanti, seppur piccolo per noi donne che da anni attendiamo la parità salariale; ne dovranno seguirne altri, ma non ci metteranno comunque a tacere finché l’effettiva eguaglianza tra i sessi sarà raggiunta.

Articolo apparso su La Regione il 7 marzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *