Femminismo: un bisogno tuttora attuale

Questa sera, il 3 novembre, sono a Berna a festeggiare i cento anni del PS Donne. Quando l’associazione venne fondata nel 1917 si batteva soprattutto per garantire il diritto di voto anche per le donne. Ci sono voluti oltre cinquant’anni, ma questa battaglia è stata vinta. Purtroppo ci sono ancora molte battaglie da vincere e il femminismo resta necessario, anche nel 2017. Se teoricamente donne e uomini in Svizzera godono già da tempo degli stessi diritti, questo nella pratica non è rispettato: le pari opportunità non sono raggiunte completamente. La differenza salariale tutt’ora presente, le poche donne con posti a livello dirigenziale e il confronto con stereotipi – sono molte le sfide che noi donne dobbiamo affrontare.

Alla nostra recente assemblea dei/delle delegati/e abbiamo approvato il seguente “manifesto per una socialdemocrazia femminista”, disponibile qui in francese e qui in tedesco. Nelle prossime due settimane voglio presentarvi tre rivendicazioni femministe contenute nel documento. Vi auguro un buon week-end e buona lettura!

1. BASTA VIOLENZA (07.11)

Il tema delle molestie sessuali è venuto alla ribalta grazie a un susseguirsi di denunce ed è diventato virale sui social grazie ad hastag come #metoo. Ed è un bene che sia così. Perché se ne parla, perché dà coraggio alle donne a non accettare le molestie e nel denunciare quelle subite. Tutto bene dunque? Non completamente, perché il rischio reale è che passata quest’ondata di indignazione, poco o niente cambi e le molestie sessuali continueranno a infiltrarsi nei rapporti di lavoro e di potere. È quindi certamente necessario agire a livello legislativo, iniziare campagne di sensibilizzazione e d’informazione. Ma è anche indispensabile cambiare la società e lottare contro tutte le forme di patriarcato e i modelli di potere che vedono ancora il sesso maschile predominare su quello femminile e che comportano discriminazioni per via del sesso o dell’orientamento sessuale.

Il codice penale svizzero – che andrebbe rafforzato in alcuni suoi aspetti – già contempla i reati per molestie sessuali; la legge sulla parità fra i sessi e l’ordinanza alla legge sul lavoro trattano esplicitamente questo tema. Chi subisce discriminazioni sessuali o molestie può rivolgersi a varie istanze. Ma poche sono le denunce e ancora meno le condanne. Le molestie rientrano nel tema più largo del sessismo: un ambito nel quale vi è ancora molto fare in Svizzera per combatterlo. Come scrivevano Elisabeth Keller e Tina Zaugg nel 2013 nella rivista questioni femminili dell’Ufficio federale per l’uguaglianza “Il sessismo si manifesta nella vita quotidiana in molti modi: attraverso sguardi molesti, il linguaggio, osservazioni e gesti ambigui o condiscendenti, contatti fisici indesiderati, manifesti pubblicitari sessisti e i media. Spesso, questi atti vengono minimizzati oppure ascritti alle persone che li subiscono.” A distanza di quattro anni non solo il tema è più che mai attuale ma necessita di risposte e interventi ulteriori.

Recentemente il consigliere nazionale socialista Matthias Reynard ha chiesto con un postulato (17.3704, non ancora trattato dalle camere. Disponibile qui) al Consiglio federale di presentare un rapporto sulle molestie di strada, in cui valuterà l’ampiezza del fenomeno sul territorio elvetico e, soprattutto, le misure adottate in Svizzera e in altri Paesi per lottare contro questo problema quotidiano. Manca anche un organo di mediazione in materia di sessismo e di stereotipi di genere, tema sul quale vorrei interpellare il governo nella prossima seduta delle Camere federali di dicembre. Nella vita professionale, nella sfera privata, in politica, in strada, dal quadro normativo al cambiamento all’interno della società la lotta al sessismo e alle discriminazioni e agli stereotipi di genere è ancora lunga. Ma è da fare!

Rivendicazione contenuta nel Manifesto  Rivendichiamo quindi la creazione di gremì indipendenti, così che le vittime di violenza sessuale sul posto di lavoro non devono più scegliere tra la propria integrità sessuale e la disoccupazione.

2. PER UN’EQUA RAPPRESENTANZA (10.11)

Alcune settimane fa l’ex consigliera nazionale e presidente di FAFPplus Chiara Simoneschi-Cortesi ha denunciato l’assenza di donne nel Consiglio di fondazione del LAC. Aveva fatto bene, segnalando quello che però non è purtroppo un caso isolato. Sfogliando i dati dell’amministrazione cantonale risulta come inTicino esistono oltre un centinaio di organismi nominati dal Consiglio di Stato per aiutare la politica e l’Amministrazione cantonale ad affrontare temi particolarmente complessi. Dopo il loro rinnovo per il periodo 2016/2019, la presenza delle donne è aumentata del 3,3% rispetto al quadriennio precedente e si attesta ora al 22,3%. Tutto bene si potrebbe dire, qualcosa si muove. La realtà è invece ancora ben lontana da queste cifre e anche da quanto prevede il regolamento del Consiglio di Stato, secondo il quale “la rappresentanza dell’uno o dell’altro sesso deve essere, nella misura del possibile, di almeno il 30%.” Ciò che a prima vista potrebbe essere visto come un successo, l’aumento della presenza di donne in queste strutture, in realtà è relativizzato e sminuito dall’aggiunta che dice che si deve raggiungere il 30% “nella misura del possibile”. E se gentilmente facciamo notare che così non va, già ci immaginiamo la cortese risposta “non è stato possibile trovare donne competenti e disponibili per questa funzione”.

Approfondendo poi i dati pubblicati nel sito del Cantone, ciò che balza all’occhio non è anche in questo caso niente di nuovo: nelle poche commissioni dove le donne sono in maggioranza si tratta della “commissione per le pari opportunità fra i sessi”, della “commissione consultiva sessualità e salute”, dell’“ufficio di conciliazione in materia di parità fra i sessi”, dell’“osservatorio cantonale per la politica familiare” e del “gruppo di accompagnamento servizi sanitari”. Su un totale di 1189 membri di commissioni consultive o gruppi di lavoro permanenti solo 254 sono donne! Ciliegina sulla torta, nei consigli d’amministrazione di quattro enti parastatali con compiti o mandati pubblici (EOC, Banca Stato, ACR e AET) non siede nemmeno una donna. Rinuncio ad elencare nel dettaglio la situazione nelle direzioni di questi enti, dove quando va bene troviamo una qualche rappresentante femminile. Il settore privato non sta certamente meglio, poche sono ancora le aziende ticinesi dirette da donne, per non parlare poi delle disuguaglianze salariali assolutamente ingiustificabili. La mancata rappresentazione paritaria di donne e uomini nei gruppi di lavoro non solo non rispecchia la società, ma condiziona le scelte economiche, politiche e d’indirizzo del nostro Cantone. A Berna ora si sta lavorando per introdurre delle soglie del 30% almeno nei Consigli d’amministrazione e del 20% nelle direzioni delle aziende quotate in borsa. Soglie modeste che speriamo passino lo scoglio parlamentare. Intanto in Ticino diamoci una mossa e correggiamo questa insostenibile disparità.

Ecco alcune rivendicazioni contenute nel Manifesto per migliorare la rappresentanza:

➡  Una quota rosa: almeno il 40% delle persone all’assemblea federale, nel Consiglio federale, nell’amministrazione e nei tribunali federali devono essere donne

➡  Esponenti (maschili) del Partito Socialista non partecipano a dibattiti con unicamente relatori (maschili)

➡ Rappresentanza equa anche all’interno delle strutture del partito, sia nelle cariche che sulle liste elettorale

3. PER UNA VERA PARITÀ ECONOMICA, ANCHE DURANTE LA VECCHIAIA (14.11)

Noi donne guadagniamo meno degli uomini per vari motivi. Lavoriamo più spesso a tempo parziale, in settori con paghe basse, e – anche a parità di competenze – il nostro salario è inferiore a quello dei colleghi maschili. Ci occupiamo poi principalmente noi dei cosiddetti “lavori di cura” non stipendiati, dalla pulizia della casa alla cura dei figli e dei genitori anziani. Tutti questi elementi si ripercuotono sulla pensione e penalizzano noi donne durante la vecchiaia. Il 40% delle donne non dispone di un secondo pilastro, ma unicamente dell’AVS, una rendita insufficiente per vivere con dignità. È importante che la prossima riforma sulla previdenza vecchiaia tenga in considerazione la condizione peculiare di lavoratrici a tempo parziale, spesso con interruzioni dei percorsi lavorativi a causa della maternità, e le disuguaglianze nel mondo del lavoro. Bisogna garantire un sistema pensionistico equo per le donne e gli uomini, indifferentemente dai propri specifici percorsi professionali.

➡ Il riconoscimento dei lavori di cura e una più equa divisione degli stessi è quindi un importante primo passo verso una vera parità economica tra uomini e donne, anche durante la vecchiaia.

 

Con questa ultima rivendicazione è finita la mia piccola presentazione sul manifesto femminista del Partito Socialista. Le cose da dire sarebbero ancora molte: vi incoraggio a leggere il manifesto (disponibile qui in francese e qui in tedesco. In italiano lo stanno traducendo) e a parlare con amici e conoscenti di queste tematiche fondamentale: perché il femminismo non è una questione di sessi, è una questione di valori e scelta di che società vogliamo! Grazie

 

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