No a nuovi privilegi fiscali

Articolo apparso su La Regione il 31 marzo 2018

Il prossimo 29 aprile si tratta di decidere se e perché vogliamo accentuare la concorrenza fiscale tra i Cantoni o se preferiamo mettere l’accento sulla redistribuzione della ricchezza. Da parte mia non ho dubbi: in un cantone come il Ticino, dove purtroppo il numero di persone in difficoltà non è per niente trascurabile e il precariato nel mondo del lavoro ha raggiunto un livello preoccupante, è compito della politica combattere le disuguaglianze non aumentarle. In questo contesto si inserisce anche il no della popolazione svizzera alla riforma dell’imposizione delle imprese lo scorso anno. Una modifica accettata per poco in Ticino, dove a differenza di altri cantoni era solo la sinistra ad opporsi. Un no quello del popolo svizzero che va letto come una chiara opposizione a nuovi privilegi fiscali. Soprattutto quando l’urgenza è invece quella di interventi a favore delle fasce di popolazione meno abbienti ma anche della classe media, sotto pressione a causa di costi crescenti come i premi cassa malati o l’alloggio. Preoccupazioni alle quali la politica, anche nel nostro cantone, farebbe bene a dare rapidamente una risposta.

A un anno di distanza siamo quindi nuovamente chiamati alle urne per delle riduzioni d’imposta a favore di pochi privilegiati. Questi sgravi non andranno a beneficio della classe media o delle piccole medie industrie (Pmi), bensì sono a favore dei ceti più benestanti e di grandi aziende. Per far accettare questi regali fiscali si racconta che un No alla riforma tributaria equivale a far cadere le misure in ambito sociale. Un vera e propria trappola nella quale si vuol far cascare chi andrà a votare. Nessun referendum infatti è stato indetto contro le misure di politica familiare. Per non attuarle il governo ticinese dovrà chiedere al parlamento di rinunciarvi o procrastinare l’entrata in vigore. Una proposta che sarebbe non solo contraddittoria, dal momento che lo stesso governo e le forze politiche ticinesi considerano queste misure come una necessità, ma anche irrispettosa delle cittadine e dei cittadini ticinesi che non hanno lanciato nessun referendum contro le proposte sociali. In tutta la Svizzera ci si muove oramai da qualche anno per rafforzare gli strumenti a favore della conciliabilità tra famiglia e lavoro e per far sì che nel mondo del lavoro le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini. Non è un caso che il parlamento federale ha deciso l’anno scorso di stanziare 100 milioni supplementari per contribuire al finanziamento di progetti volti a rafforzare e ad adeguare l’offerta di posti di custodia dei bambini, milioni di cui beneficeranno anche i Cantoni. Anche il Canton Ticino può infatti permettersi di finanziare misure a favore delle famiglie senza barattarle con sgravi fiscali a vantaggio di pochi!

Sempre per parlar chiaro: misure a favore della conciliabilità tra famiglie e lavoro sono necessarie indipendentemente dalle scelte fiscali. I 52 milioni di minori entrate, compensate in misura solo parziale, mancheranno a Cantone e Comuni e potrebbero essere meglio impiegati per rispondere in misura incisiva e mirata ai bisogni di una grossa fetta della popolazione ticinese. Non è di questi sgravi fiscali che ha bisogno il Canton Ticino. Bensì di misure concrete a favore della classe media e dei giovani in cerca di lavoro, a sostegno degli artigiani e delle Pmi locali strozzati dalla concorrenza di delle grandi aziende e di interventi a favore dei piccoli commerci che arrischiano di chiudere a causa degli affitti esorbitanti.

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