Intervento all’incontro “io lotto ogni giorno”

Avevo 25 anni quel 14 giugno del 1991 quando con tante altre studentesse di medicina a Basilea non entrai nelle aule dell’università, ma come mezzo milione di donne quel giorno incrociai le braccia e partecipai allo sciopero delle donne per ottenere la legge sulla parità dei sessi.

Quella data non era stata scelta a caso: il 14 giugno 1981, il popolo svizzero e i Cantoni avevano accettato di ancorare nella Costituzione il principio della parità tra uomo e donna: “Uomo e donna hanno uguali diritti. Le legge ne assicura l’uguaglianza soprattutto per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto a una retribuzione uguale per un lavoro di pari valore” (art. 4, capoverso 2). Grazie a tutte quelle donne , e nonostante i rimproveri di molti uomini ,  finalmente nel 1996 entrò in vigore la legge sulla parità tra i sessi. Come ricordava Francoise Gehring nel suo interessante testo sullo sciopero delle donne pubblicato su Area, dieci anni dopo lo sciopero generale l’allora presidente del Consiglio degli Stati, Max Affolter raccomandò alle donne di non partecipare allo sciopero per non compromettere quanto si portava avanti per le donne.

Care donne, care organizzatrici e attiviste nel collettivo “Io lotto ogni giorno”,vi ringrazio per avermi invitato ad aprire questa importante giornata che rappresenta il lavoro di discussione, i momenti di incontro e la forza delle mobilizzazione delle donne per chiedere una società senza discriminazioni di genere.

Se nel 1991 mi avessero detto che a distanza di 27 anni quella parità non sarebbe stata raggiuta non ci avrei creduto. A distanza di 27 anni da quello sciopero e 37 dall’introduzione del articolo costituzionale il bilancio di quanto raggiunto è magro:

  • Abbiamo sì una legge sulla parità, ma la parità effettiva è ben lungi dal essere raggiunta. Le donne guadagnano ancora il 15% in meno degli uomini, di cui il 12% è la parte discriminatoria.
  • Dal 2004 abbiamo un’assicurazione maternità che è però di sole 14 settimane e monca di un congedo parentale. Se pensiamo che la rivendicazione di un’assicurazione maternità è iniziata nel 1904 con il lancio di per la prima volta una petizione indirizzata al Consiglio federale, che rimane però senza seguito ed è stata ancora nella Costituzione federale nel 1945 senza però diventare realtà fino agli anni 2000, vediamo come la strada sia ardua.
  • La violenza di genere è un fenomeno preoccupante che tocca soprattutto le donne, gli omosessuali e i transgender. Avviene tra le mura domestiche e per strada come i recenti fatti di Ginevra hanno purtroppo dimostrato.
  • Nel mondo del lavoro molte donne vivono situazioni di precarietà: le donne lavorano quattro volte più degli uomini a tempo parziale e in rapporti di lavoro precari. I dati sulla povertà presentati proprio in questi giorni mostrano come tra le fasce più colpite ci siano proprio le donne;
  • E non dimentichiamolo il lavoro non remunerato, i lavoro di cura sono ancora prerogativa soprattutto per le donne con evidenti ripercussioni sui redditi ma anche sulle assicurazioni sociali. Le donne che sono infatti molto penalizzate in ambito di previdenza vecchiaia, ricevendo AVS minime e non o scarsa copertura del secondo pilastro.
  • Anche a livello di rappresentatività la presenza delle donne nell’economia e in politica è lungi dall’essere soddisfacente. Per quanto riguarda la presenza esigua delle donne in politica (nel Parlamento cantonale ticinese le donne sono rappresentate solo nella misura del 25 per cento, mentre nel Governo mancano del tutto), è innegabile che la responsabilità maggiore incombe ai partiti. Non basta infatti chiedere alle donne di mettersi a disposizione per delle candidature, ma bisogna dare loro delle reali possibilità di venir elette. Troppo spesso le donne sono ridotte ad alibi. A differenza di molti uomini, le donne dispongono ancora oggi di uno scarso sostegno da parte di grandi organizzazioni o anche più piccole associazioni, spesso presiedute da uomini. Se le donne rinunciano, come purtroppo spesso accade, ci si deve chiedere il perché: forse che il modello maschile, predominante nella politica, rende più difficile alle donne partecipare alle riunioni di partito? O magari che tempi e spazi della politica per le donne siano più difficili da conciliare con l’attività professionale e con il lavoro di cura dei figli e di parenti anziani, che solitamente spetta a loro? Non dimentichiamo poi che l’inasprimento del dibattito politico e lo scarso rispetto delle posizioni altrui e delle donne stesse non sono certamente fattori che inducono molte donne a lanciarsi in politica. Troppo facile dire “abbiamo chiesto, ma le donne si sono rifiutate”. È una risposta inaccettabile, come lo è il fatto della scarsa presenza mediatica femminile nei ruoli di politiche, esperte o commentatrici. Le competenze ci sono, ora bisogna valorizzarle.

Di fronte a un elenco, che potrebbe essere ben più lungo, ecco perché momenti come questi sono indispensabili. Solo con reti di partecipazione che partano dalle esperienze di ognuno di noi si potranno invertire i rapporti di forza che fan sì che le donne siano ancora oggi discriminate.

In tutti questi discorsi di oggi ci sono due aspetti centrali anche nei gruppi di lavoro. La distribuzione asimmetrica del lavoro domestico non retribuito alla base di tutte le forme di discriminazione economica contro le donne e le politiche di austerità e finanziaria che colpiscono nel sud come nel nord del mondo in modo sproporzionato proprio le donne. Da anni mi occupo di solidarietà internazionale, un ambito pesantemente toccato dalle misure di risparmio dettate dallo slogan “aiutiamoli a casa loro“: i tagli in ambito di cooperazione e sviluppo bloccano spesso progetti di cooperazione e sviluppo a favore delle donne del sud del mondi, in particolare nell’accesso al sistema sanitario ed educativo.

Così come i tagli budgetari decisi da Cantoni e Confederazione negli anni scorsi hanno di fatto rafforzato la inegualitaria ripartizione del lavoro remunerato e di cura. Dove sono ancora le donne a farsi a carico della maggior parte del lavoro di cura dovuto al cambiamento demografico.

Il femminismo è un approccio e nel contempo un progetto di cambiamento ampio che si presuppone una modifica dei rapporti di forza per accedere a una società egualitaria e senza discriminazione di genere. Ecco perché c’è anche un’economia femminista che mette in discussione le fondamenta dell’economia capitalista, criticando radicalmente la crescente finanziarizzazione dell’economia e il progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro e, in questo modo, pone le basi per pensare ad una società diversa, basata sull’eguaglianza sociale. Riportare sul terreno politico questa questione è importantissimo per la nostra società

Il 24 e 25 settembre al si decideranno al Consiglio nazionale le sorti della revisione della Legge federale sulla parità tra i sessi. Un progetto che prevede sì l’introduzione dell’obbligo di analizzare la parità salariale, ma solo per le imprese con più di 100 dipendenti. Solo esse infatti saranno soggette alla nuova regolamentazione e dovranno analizzare i loro salari ogni 4 anni. Ciò equivale all’1% soltanto delle imprese svizzere. La commissione preposta del Consiglio nazionale ha approvato questa revisione con il voto preponderante della Presidente e l’esito di questa revisione minima e tutt’altro che sufficiente è incerto.

È quindi ora di dire basta! Dopo oggi la prossima tappa sarà a Berna il 22 settembre prossimo, partecipando alla grande manifestazioni nazionale per la parità e contro le discriminazioni di genere. Un’ampia mobilitazione che ci porterà al 14 giugno 2019, giornata nella quale dovrebbe esserci di nuovo lo sciopero delle donne.

Quella dello sciopero è anch’essa una rivendicazione nata dal basso, dalle donne che come voi sono riunite in collettivi e movimenti e in queste settimane ne discutono e si preparano. Le donne sindacaliste nel gennaio 2018 hanno approvato al loro congresso una risoluzione per una grande mobilitazione per organizzare lo sciopero delle donne il 14 giugno 2019.

Ci vuole coraggio per denunciare le situazioni di discriminazioni che le donne subiscono. Perché si mettono in discussioni i rapporti di potere. Ecco perché per citare due esempi recenti, ha mostrata molta forza la dottoressa che ha fatto causa all’Inselspital di Berna, vincendola, per discriminazione di genere, perché ha perso il lavoro con la gravidanza. O le denunce vissute dalla presidente della GISO Tamara Funicello oggetto di pesanti attacchi sessisti, addirittura su alcuni giornali, rea solo di avere il coraggio di esprimere le proprie idee.

Per lottare contro le disparità di genere un nuovo movimento femminista si sta facendo strada in Svizzera e nel mondo rivendicando l’uguaglianza salariale, chiedendo la fine del sessismo e degli attacchi ai diritti delle donne, portando avanti il riconoscimento del lavoro di cure ancora prevalentemente femminile e lottando per una presenza egualitaria nelle posizioni decisionali in politica ed economia. Allora come oggi sono convinta che ci voglia un movimento delle donne per smuovere le cose e cambiare i rapporti di forza che sono ancora dettati da logiche di potere maschili. Ne sono convinta anche per i miei figli e le generazioni future, che dovranno poter beneficiare della maggiore presenza delle donne a livello politico, economico e del mondo del lavoro, così come a livello collettivo e personale. La costruzione di una società paritaria e non discriminatoria passa, oggi più che mai, anche dal femminismo alla luce degli attacchi ai diritti delle donne e delle minoranze in più parti del mondo.

Da incontri come questi torniamo arricchite grazie alle riflessioni delle e con le altre donne. Vi assicuro che il mio lavoro nelle istituzioni è possibile grazie alla forza del movimento delle donne e alle loro, vostre (e nostre) rivendicazioni. È partendo da noi, cambiando i rapporti di produzione che vedono le donne ancora discriminate e in posizioni tutt’altro che paritarie, che questo movimento si ripercuoterà positivamente non solo per le donne ma per tutta la società. Ecco perché dovremmo essere tutti femministi!

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