Assemblea cantonale ATTE

Assemblea cantonale ATTE
Assemblea cantonale ATTE

Oggi ho avuto l’onore di tenere un discorso all’assemblea cantonale dell’associazione ticinese terza età. Buona lettura! Sempre in occasione dell’assemblea ho anche fatto un’intervista con la rivista dell’associazione: trovate qui il risultato. 

Gentili Signore, egregi Signori

Uno dei valori che ha sempre accompagnato il mio impegno politico è la solidarietà: solidarietà tra chi è più fortunato e chi fa fatica, solidarietà tra il nord e il sud del mondo, ma anche solidarietà tra i giovani e gli anziani. Una società ideale non dovrebbe a mio parere solo riconoscere la propria varietà e le proprie differenze, ma superarle e promuovere lo scambio e la collaborazione aldilà degli steccati culturali, sociali e generazionali. Reputo fondamentale che la società e la politica riconoscano l’importanza di una politica intergenerazionale, che guarda ai bisogni concreti della popolazione anziana – penso in particolare ai costi sanitari crescenti, al sistema previdenziale sotto pressione e alla penuria di alloggi adatti alla terza età – senza però dimenticare la sostenibilità di queste scelte per le future generazioni. Il primo passo per portare avanti una politica intergenerazionale di successo passa dall’incontro e dallo scambio di opinioni: grazie quindi innanzitutto per l’invito ad essere qui oggi, all’assemblea di una delle associazioni più radicate sul territorio cantonale.

Assemblea che si tiene a 50 anni esatti dall’introduzione del diritto di voto per le donne, un traguardo raggiunto in Ticino due anni prima che a livello federale grazie all’impegno di numerose donne battagliere, che hanno combattuto per i loro diritti e le loro libertà. Lo sapete meglio di me, dato che sicuramente alcuni di voi presenti qui oggi – donne, ma anche uomini solidali con la causa – erano attivi in primo piano in queste battaglie. Guardando la storia dell’ATTE vediamo diversi esempi di donne forti e determinate, che non si sono lasciate dire cosa potevano fare dai loro padri, mariti o dalla società. Penso ad Agnese Balestra-Bianchi, Presidente onoraria dell’ATTE, che ha avuto una lunga carriera di successo nella giustizia, ricoprendo anche la Presidenza del tribunale penale cantonale. Oppure alla socia onoraria Astrid Marazzi, che tra i suoi vari impegni politici e di volontariato ha fondato l’associazione femminile liberale radicale. Oppure ancora all’altra socia onoraria Miranda Venturelli, che decise di continuare a lavorare come docente anche dopo essersi sposata e aver avuto due figli e che partecipò attivamente alla fondazione dell’ACSI. Sono storie di donne sensibili alle tematiche femminili, che hanno lottato a fianco di centinaia di donne e uomini i cui nomi non appaiono nei libri di storia del nostro Cantone, ma non per questo il loro contributo è stato meno significativo. Se sono qui oggi davanti a voi, come donna, mamma, medico e Presidente del Consiglio nazionale, è grazie al vostro impegno per una società più giusta, in cui noi donne abbiamo le stesse opportunità e gli stessi diritti degli uomini.

 

Dall’introduzione del diritto di voto per le donne è stato raggiunto tantissimo in ambito di parità, ma questo non significa che non ci siano comunque ancora diversi aspetti da migliorare. Sia in generale, nell’ambito della parità tra uomini e donne – penso alla disparità salariale tuttora presente, alla sottorappresentanza delle donne in politica e nei posti dirigenziali nell’economia, alla difficile conciliabilità lavoro-famiglia ma anche al tragico fenomeno della violenza domestica -, ma resta molto da fare anche per quanto riguarda nello specifico le donne anziane. La sfida più grande per le donne della terza età è sicuramente legata alle rendite pensionistiche. Abbiamo un sistema previdenziale che si orienta a una specifica biografia professionale: quella di una persona che lavora tutta la vita, al 100%, senza pause prolungate tra un impiego e altro. Una biografia che mal si concilia con l’essere donna e mamma, che spesso lavorano a tempo unicamente parziale, per lo più in settori a paghe più basse, e con lunghe interruzioni dal lavoro stipendiato a causa della cura dei figli. Questi percorsi di vita tipicamente femminili fanno sì che molte pensionate non percepiscano una rendita previdenziale dal secondo pilastro, ma unicamente una ridotta rendita AVS. Le statistiche dicono che la rendita media di una donna in pensione ammonta a 18’600 franchi annui, ma ben 35’900 franchi per gli uomini. Un chiaro divario che fa sì che la povertà durante la vecchiaia sia un problema che colpisce principalmente le donne.

È una problematica complessa che necessita da una parte di risposte puntuali e urgenti, per risolvere il problema per le donne che sono attualmente in pensione, ma anche delle risposte più a lungo termine, per evitare che questo avvenga anche alle future generazioni femminili al termine della loro vita professionale. A livello politico si sta muovendo molto in questo ambito: dopo la bocciatura popolare dell’iniziativa AVSPlus e del progetto governativo della previdenza vecchiaia 2020, il Consiglio federale dovrebbe presentare una nuova proposta a settembre. Allo stesso tempo anche il Parlamento si sta muovendo, con proposte come quella della mia collega Consigliera nazionale Piller Carrard, che con una mozione chiede di migliorare la copertura assicurativa delle donne che lavorano a tempo parziale. Infine ci sono anche proposte che a mio parere vanno nella direzione sbagliata nelle circostanze attuali: in molti Paesi europei l’età pensionabile, specialmente per le donne, allo scopo di parificare i limiti con gli uomini, è stata aumentata. Così facendo i costi di aggiustamento della politica sociale rispetto all’invecchiamento della popolazione sono stati scaricati proprio sulle donne. Questo discorso è di stretta attualità anche in Svizzera e va di pari passo con la necessità di avere finalmente un’effettiva parità salariale e di riconoscere i lavori di cura: reputo che a medio termine è inevitabile un’approfondita discussione sulla distribuzione e sul riconoscimento del cosiddetto lavoro di cura – cura dei figli, dei famigliari bisognosi, della casa. Lavoro di cui si occupano principalmente le donne, senza che la sua importanza venga riconosciuta a livello assicurativo. L’AVS conosce per esempio degli accrediti per compiti assistenziali, che andrebbero però ampliati al secondo pilastro e i cui criteri per averne diritto andrebbero resi meno restrittivi. Penso che siano delle discussioni fondamentali per garantire una società equa, in cui ognuno dia il suo contributo al funzionamento della stessa secondo le sue capacità e in cui questo impegno venga adeguatamente riconosciuto – a livello sociale ma anche materiale.

Dobbiamo essere maggiormente consapevoli che le difficoltà che in Svizzera, come in molti altri paesi, le donne e gli uomini in età avanzata devono affrontare per aspirare ad un ruolo attivo e dignitoso nella società sono correlate agli aspetti di genere. Tra questi, la già citata maggiore vulnerabilità femminile nel mercato del lavoro determinata da interruzioni di carriera, tempo parziale e basse retribuzioni, il rischio povertà più elevato in età avanzata; ma anche il duplice ruolo delle donne anziane come principali fornitrici e utenti di servizi di cura.

 

Un’altra sfida centrale è quella dell’integrazione sociale delle persone durante la vecchiaia. Una sfida non legata a questioni materiali ma non per questo meno importante: la solitudine, che sia dovuta alla vedovanza e alla scomparsa dei propri cari, oppure alle difficoltà motorie che possono portare a un isolamento nelle proprie mura domestiche o la permanenza in apposite strutture che obbligano a lasciare la propria casa e famigliare quotidianità, è purtroppo un fenomeno diffuso. Ci sono però anche molte persone in età avanzata che hanno la fortuna di godere di ottima salute e di disporre di energia e voglia di fare: ecco perché ci vogliono delle strategie di invecchiamento attivo per incrementare i livelli di occupazione dei lavoratori più anziani. Le politiche per garantire la permanenza dei lavoratori anziani nel mondo del lavoro dovrebbero tener conto di una prospettiva di genere, legata anche al lavoro di cura non remunerato preso a carico dalle donne e dei tassi di disoccupazione più alti per le donne. Proprio settimana scorsa il Consiglio federale ha presentato una serie di misure in tal senso: ai disoccupati over 60 che hanno esaurito il diritto alle indennità, si vuole per esempio facilitare l’accesso alle misure di formazione e occupazione. È necessario promuovere sistemi di apprendimento permanente in relazione all’età, con l’obiettivo di accrescere l’integrazione dei lavoratori senior attraverso una formazione adeguata. Ai fini del successo di tali politiche, l’approccio di genere, che è assente nella maggior parte dei Paesi, si potrebbe invece rivelare determinante, in quanto le lavoratrici senior incontrano maggiori ostacoli rispetto agli uomini e hanno minori opportunità di apprendimento.  Per il reinserimento nel mercato del lavoro di disoccupati anziani difficilmente collocabili, il Consiglio federale ha invece previsto un programma di incentivi per gli uffici regionali di collocamento, così che possano ampliare e migliorare la loro offerta di consulenza. Per gli ultrasessantenni che nonostante gli sforzi, specie se a causa di problemi di salute, non riescono a ricollocarsi e non hanno più indennità, il Consiglio federale propone infine una prestazione transitoria delle assicurazioni sociali che garantisca il fabbisogno vitale fino alla pensione – una cosiddetta rendita ponte, che reputo un passo nella giusta direzione, evitando così il ricorso all’assistenza sociale per queste persone e permettendo loro di arrivare all’età della pensione senza sacrifici improponibili per chi ha lavorato tutta una vita.

 

Quelle citate sono solo alcune delle sfide che reputo prioritarie per la terza generazione, che stanno sollevando discussioni e proposte in politica, ma anche nella società civile. Penso in particolare alla “rete per una buona vecchiaia”, un progetto a livello svizzero che sta valutando se lanciare un’iniziativa federale per fissare nella Costituzione il sostegno nella vita quotidiana, l’assistenza e la cura per le persone anziane. Una vita dignitosa nella vecchiaia deve essere legata al più alto grado possibile di autodeterminazione, così che tutte le persone abbiano il diritto al necessario sostegno nella vita quotidiana, all’accompagnamento, all’assistenza e a cure e terapie indipendentemente dalle risorse a loro disposizione. Un’ampia offerta pubblica di prestazioni di cura e assistenza che agisce in rete, di qualità, finanziata in modo solidale e orientata al bene pubblico ne costituiscono la spina dorsale.

Un’altra proposta è l’annunciata iniziativa popolare “protezione da discriminazioni legate alla vecchiaia”, che vuole una legge che vieti le discriminazioni legate all’età in modo analogo alla legge sulla parità uomo-donna o alla legge contro le discriminazioni delle persone disabili. Reputo entrambe le proposte meritevoli, che vanno nella giusta direzione di una politica più attenta ai bisogni delle persone in età avanzata e soprattutto una politica che coinvolga direttamente queste persone nel processo decisionale. Ben vengano in quest’ottica anche gremì come il Consiglio degli anziani del Cantone Ticino oppure il gruppo parlamentare federale per le questioni dell’anzianità, che permettono di far sentire la vostra voce alle istituzioni. In quanto persone della terza età dovete essere attivi sulla scena politica: facendo proposte concrete che vi riguardano e partecipando attivamente alla vita politica. Anche candidandovi in consessi istituzionali, perché la politica deve rappresentare la società nel suo insieme: donne e uomini, giovani e meno giovani.

Pur reputando fondamentale che la politica si impegni per le giuste condizioni quadro per una garantire a tutti e tutte una vita dignitosa nella vecchiaia, l’approccio istituzionale non può venir slegato dall’approccio associativo. Associazioni come l’ATTE, con i suoi 11 centri diurni e le innumerevoli e variegate attività ricreative, ricopre un ruolo centrale nell’integrazione sociale degli anziani e nel loro sostegno nella quotidianità, così come a favore di quelli che voi chiamate i progetti intergenerazionali, ossia l’appoggio scolastico agli studenti delle nostre scuole, il Museo della Memoria della Svizzera italiana o la Rassegna cinematografica “Guardando insieme”. Si legge infatti nella vostra pagina web “è quindi importante per un’associazione composta di anziani, oltre che proporre alle proprie socie e ai propri soci attività volte a favorire un invecchiamento attivo e a prevenire l’emarginazione, aprire il dialogo verso i giovani per condividere con loro valori, esperienze culturali e di vita, in grado di aiutarli a capire e a rispettare il valore potenzialmente rappresentato dalla persona anziana”.

Gentili Signore ed egregi Signori rappresentanti dell’ATTE, ci tengo a ringraziarvi a nome delle istituzioni svizzere per l’importante lavoro che portate avanti. Continuando su questa strada, affiancando l’associazionismo alla politica, abbiamo la possibilità di gettare le basi per una società giusta e solidale, che riesca ad affrontare la sfida demografica che ci attende unendo le generazioni. Grazie.

2 commenti su Assemblea cantonale ATTE

  1. Avatar
    Gianna Macconi

    Eccellente. Grazie x l’attenzione e la delicatezza (ma forte e decisa nelle proposte) usate ai nostri problemi di vecchietti – soprattutto quelli soli- che combattono e si sforzano per restare attivi, in particolare nel sociale

  2. Avatar
    Nella

    Brava Marina,ho letto il tuo messaggio e condivido il tuo pensiero,purtroppo i nostri anziani i questa societa’ ci stanno stretti, sia dal lato finanziario che morale,poco si fa per loro, e credimi ci soffrono,bisognerebbe propagandare di piu’ ,coinvolgerli,,,,, ma purtroppo ci mancano i mezzi…. grazie del tuo bellissimo discorso…speriamo che qualcosa si muove,,,avanti cosi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *