Il rafforzamento dell’AVS e il patto tra le generazioni

Il rafforzamento dell’AVS e il patto tra le generazioni
Il rafforzamento dell’AVS e il patto tra le generazioni

Spesso lo dimentichiamo perciò è bene ribadirlo: l’Assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS), non è solo il pilastro centrale della previdenza sociale svizzera, ma anche la maggiore conquista sociale del nostro Paese. Ecco perché l’AVS deve essere rafforzata. Perché è un vero e proprio meccanismo di ridistribuzione solidale ed anche perché è il garante di un patto intergenerazionale.

A maggior ragione dato che i continui aumenti dei premi delle casse malati e degli affitti pesano sempre di più sui pensionati, le cui rendite effettive non sono aumentate negli ultimi anni. Anzi, per molti sono addirittura diminuite per effetto della riduzione del tasso di conversione del secondo pilastro. Stando ad un’analisi realizzata recentemente da una grande banca, poi, nel 2040 la rendita AVS sommata a quella della cassa pensione rappresenteranno il 45 per cento dell’ultimo salario, mentre attualmente raggiungono il 57 per cento dell’ultimo stipendio.

Certo, l’AVS si confronta con un periodo finanziariamente difficile, ma comunque limitato nel tempo, innescato dal pensionamento della cosiddetta generazione del baby boom: i nati nel periodo della ripresa economica iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. Così, anche per effetto della riduzione delle nascite a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dello scorso millennio, ci sono meno giovani a versare i contributi ai quali l’AVS attinge per versare le rendite alle persone anziane. Le cifre presentate dal Consiglio federale per illustrare la riforma AVS 2021 stimano in circa 26 miliardi di franchi il fabbisogno per garantire il livello delle prestazioni e l’equilibrio finanziario dell’assicurazione fino al 2030. Sostanzialmente sono tutti concordi sul fatto che è necessario intervenire per salvaguardare questa importante conquista sociale. Sul come intervenire però, le opinioni non solo sono diverse, ma anche contrastanti.

Innanzitutto quella che il Consiglio federale definisce «armonizzazione dell’età di riferimento» per le donne altro non è che l’innalzamento dell’età di pensionamento per le donne a 65 anni. Proposta non accettabile almeno non fino a quando non sarà raggiunta la parità salariale. Non si può e non si deve infatti dimenticare che, oggi come oggi, le donne sono già penalizzate a livello pensionistico rispetto agli uomini: un salario più basso corrisponde infatti ad una rendita inferiore (cifre alla mano, le donne riscuotono rendite inferiori del 37 per cento rispetto agli uomini). Inoltre spesso chi lavora a tempo parziale non raggiunge la soglia minima per accedere al secondo pilastro.

È vero che il progetto di revisione dell’AVS propone delle misure di compensazione, ma è altrettanto vero che queste misure copriranno solo all’incirca un terzo di quanto invece dovranno pagare le donne in termini di minori pensioni con un anno di rendita AVS in meno. Insomma, il risanamento dell’AVS peserebbe soprattutto sulle spalle delle donne.

Senza dimenticare un aspetto che per il momento è ancora sottaciuto, ma che si sta già facendo largo in alcuni partiti: l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento per le donne, non è che il primo passo verso un aumento generalizzato dell’età di pensionamento a 66 anni (come propongono per esempio i giovani del PLR) oppure a 67 anni (come indicano molti candidati di centrodestra rispondendo al questionario di smartvote). Una proposta di prolungare di uno o due anni l’età lavorativa che appare insensata in un momento come quello attuale, nel quale la digitalizzazione di diversi settori professionali si traduce in una maggiore automatizzazione delle attività lavorative e, di riflesso, in una diminuzione dei posti di lavoro.

Una misura essenziale per garantire a lungo termine il finanziamento dell’AVS è favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, mettendo in atto tutto ciò che deve essere fatto per migliorare la conciliabilità tra famiglia e lavoro e la ridistribuzione del lavoro di cura dei figli e dei lavori domestici. Questo significa infatti, a maggior ragione con dei salari parificati a quelli degli uomini, anche garantire più contributi nelle casse dell’AVS. Un mondo del lavoro paritario è quindi un modo per garantire l’AVS e il patto intergenerazionale anche in futuro.

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