Né fiori né omaggi stereotipati, vogliamo una società paritaria ed inclusiva. Riflessioni sull’otto marzo

Né fiori né omaggi stereotipati, vogliamo una società paritaria ed inclusiva. Riflessioni sull’otto marzo

La crisi sanitaria, sociale ed economica dovuta al coronavirus ha colpito ancora una volta le donne in maniera importante. Eppure, anche quest’anno in occasione dell’8 marzo a noi donne sono offerti omaggi floreali, stereotipati ringraziamenti e addirittura abbonamenti a riviste e giornali a prezzo ridotto, banalizzando e commercializzando in tal modo una giornata importante per i diritti delle donne. A causa della situazione sanitaria non potremo scendere nelle piazze, ma potremo farci sentire in incontri virtuali, con prese di posizione e lettere pubbliche. Farci sentire in nome della solidarietà con quelle donne che sono vittime del sistema patriarcale che concentra il potere e la ricchezza nelle mani maschili: non solo perché laddove si prendono le decisioni ci sono meno donne, ma anche perché una gran parte del lavoro svolto dalle donne e in particolare quello di cura dei figli, della famiglia, delle persone anziane o ammalate ha ancora un valore inferiore. Infatti, il lavoro non remunerato spesso non trova riscontro nelle assicurazioni sociali. Le disparità salariali e di rendite pensionistiche permangono. La pandemia ha sì reso visibile l’importanza del lavoro di cura, ma allo stesso tempo tra le persone più colpite dalla crisi troviamo proprio le donne. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica sono preoccupanti: il tasso di disoccupazione fra le giovani donne fra i 15 e i 24 anni è passato dal 7,2% all’8% tra il 2019 e il 2020 è necessario agire prontamente per evitare che questa generazione di donne debba sopportare per tutto l’arco della loro vita le ripercussioni negative della crisi.

L’emergenza sanitaria ha rallentato le attività ma non ha fermato la violenza di genere. Secondo i dati più recenti, si tratta di un fenomeno in aumento che avviene prevalentemente tra le mura domestiche. Sul sito stopfeminizid.ch, nel 2021 sono già stati repertoriati 6 femminicidi avvenuti in Svizzera fra il 12 gennaio e il 23 febbraio. Nell’arco del 2020 lo stesso sito segnalava 15 femminicidi avvenuti nel nostro Paese. È necessario che si trovino delle soluzioni per interrompere le violenze contro le donne. In primo luogo, l’educazione nelle famiglie e nelle scuole dovrebbe affrontare il tema della parità di genere e del rispetto reciproco. Per le donne che si trovano in situazione di pericolo dentro le mura di casa, e che di fatto a causa del confinamento sono impossibilitate a chiedere aiuto con metodi tradizionali, bisognerebbe trovare delle soluzioni adatte alla realtà del momento che viviamo, a partire da un numero d’emergenza apposito. Ma anche tenendo conto di quanto nasce spontaneamente dalle donne stesse e dai collettivi femministi. Ad esempio, in Polonia Krysia Paszko di 18 anni ha creato un falso sito di cosmetici dove le donne possono denunciare gli abusi subiti e chiedere aiuto senza che il loro persecutore se ne accorga. La possibilità di rivolgersi a una farmacia con parole in codice per far capire di aver bisogno di aiuto potrebbe pure essere un sistema valido. Ma al di là delle soluzioni concrete, è evidente che per combattere la violenza nei confronti delle donne è imperativo ed urgente far molto di più.

Per affrontare questioni centrali come le disparità e la violenza di genere abbiamo bisogno di un cambio di paradigma che metta in discussione la società patriarcale e ponga al centro delle politiche pubbliche la lotta alle disuguaglianze. È necessaria, come chiesto da più parti, un’agenda femminista a livello locale e nazionale che si inserisca in una rete di donne solidali e che voglia dare spazio e visibilità alle donne e ai loro percorsi di coraggio e resilienza con l’obiettivo di una società più inclusiva, paritaria e quindi più giusta.

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