Iniziativa popolare federale “Contro l’esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili (Iniziativa correttiva)” e relativo controprogetto indiretto

Iniziativa popolare federale “Contro l’esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili (Iniziativa correttiva)” e relativo controprogetto indiretto

 

Sono intervenuta al Consiglio degli Stati in seno al dibattito sull’iniziativa popolare “Contro l’esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili (Iniziativa correttiva)” e al relativo controprogetto indiretto. L’iniziativa ha messo al centro del dibattito politico questioni etiche, di partecipazione alle decisioni del parlamento e dei cittadini e delle cittadine nonché sul ruolo che il nostro paese riveste a livello della promozione della pace e per la sua lunga tradizione umanitaria.
È essenziale regolare l’esportazione di materiale bellico tramite le richieste degli autori dell’iniziativa sia nel controprogetto, sia sostenendo l’iniziativa. Negli interventi precedenti è già stato detto che è importante perché il Consiglio federale ha dimostrato negli ultimi anni di non avere una linea coerente riguardo all’esportazione delle armi di guerra, ma di inasprire o allentare le misure a seconda delle contingenze a livello politico ed economico. Ricordiamo tutti gli inasprimenti nel 2008 nel contesto dell’imminente votazione sull’iniziativa popolare “per il divieto di esportare materiale bellico”. Sappiamo tutti quello che è successo dieci anni dopo, nel 2018, quando con una decisione di principio il Consiglio federale voleva facilitare l’esportazione modificando i criteri di autorizzazione dell’ordinanza sul materiale bellico.
Venne lanciata quindi l’iniziativa popolare dopo una forte reazione e forte critica verso il governo da parte della società civile. Di conseguenza, il Consiglio federale aveva deciso di fare marcia indietro sulla modifica di quell’ordinanza. Questa iniziativa popolare è sostenuta da ben 47 organizzazioni. L’iniziativa ha già raggiunto uno scopo importante, quello di avere un controprogetto indiretto sul quale dibattiamo oggi, per definire i criteri d’esportazione degli armamenti prodotti in Svizzera e vietare l’esportazione verso paesi implicati in conflitti armati a livello interno o internazionale o che violano in modo grave e sistematico i diritti umani.
Oggi più che mai questa discussione e le decisioni che prenderemo sul controprogetto e rispettivamente sull’iniziativa popolare sono importanti, perché come sappiamo, il 2020 è stato un anno record per l’esportazione di armamenti rispetto agli anni precedenti con dei volumi in franchi mai raggiunti prima: armi, munizioni e componenti vari esportati verso 62 Paesi, per un importo di 901,2 milioni.

La promozione della pace, oltre che essere sancita nella Costituzione federale, è uno degli obbiettivi prioritari della politica estera della Svizzera. La neutralità e la lunga tradizione umanitaria, di mediazione e di negoziazione fanno della Confederazione un partner riconosciuto a livello mondiale per la promozione della pace. Allo stesso tempo, la Svizzera esporta e importa materiale bellico. Un paradosso che è regolato dall’Ordinanza sul materiale bellico (OMB).

Negli ultimi anni, il Consiglio federale ha dimostrato di non avere una linea coerente riguardo all’esportazione delle armi da guerra ma di inasprire o allentare le misure a seconda delle contingenze a livello politico ed economico. Nel 2008, nel contesto dell’allora imminente votazione sull’iniziativa per il divieto di esportare il materiale bellico, il Consiglio federale aveva introdotto il divieto generale di esportare materiale bellico se “il Paese destinatario è implicato in un conflitto armato interno o internazionale” o nel caso il Paese violi “in modo grave e sistematico i diritti umani”; (articolo 5 capoverso 2 dell’OMB). Dieci anni dopo, il 15 giugno 2018, in una decisione di principio, il Consiglio federale aveva stabilito che i criteri di autorizzazione dell’ordinanza sul materiale bellico dovessero essere modificati.

In particolare, il Consiglio federale aveva deciso di liberalizzare l’esportazione di materiale bellico in paesi dove sono in corso conflitti “se non vi è motivo di supporre che il materiale bellico esportato venga impiegato in un conflitto armato interno”. Perché allentare il divieto generale? Certamente non si può sottacere il ruolo svolto dalle aziende dell’industria svizzera della tecnica di difesa e di sicurezza, interessate ad ottenere condizioni per l’export analoghe a quelle della concorrenza europea al fine di salvaguardare le capacità produttive del settore.

La decisione del Consiglio federale aveva suscitato forti critiche da parte della società civile e delle organizzazioni umanitarie (Amnesty international, Comitato internazionale della Croce Rossa), ciò che ha poi spinto il Consiglio federale a tornare sulla sua decisione. Tuttavia, al Consiglio federale rimane l’autorità di decidere del contenuto dell’Ordinanza e di stabilire quindi la pratica in materia di esportazioni di armi.

L’iniziativa popolare – sostenuta da ben 47 organizzazioni – oggi in discussione vuole il ritorno alla situazione del 2014, ossia prima della decisione del Consiglio federale di allentare i criteri per l’esportazione di armi.

Attualmente la Svizzera ha venduto o vende armi a diversi Paesi che violano in modo grave e sistematico i diritti umani, come l’Indonesia, o sono coinvolti in conflitti armati, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Le granate prodotte dalla RUAG sono state trovate su un combattente dello Stato islamico; Boko Haram utilizza carri armati svizzeri prodotti dalla Mowag, mentre granate e munizioni provenienti dalla Svizzera sono state utilizzate dai ribelli nelle guerre civili libiche e siriane. Ciò dimostra che è impossibile sapere con precisione da chi saranno utilizzate le armi esportate dal nostro Paese. Come può la Svizzera, paese neutrale e attore umanitario, continuare ad affermare il suo soft power sulla scena internazionale quando i suoi armamenti sono utilizzati dai terroristi e nelle guerre civili?

L’obiettivo dell’iniziativa non è quindi quello di vietare completamente le esportazioni di armi, ma di stabilire una soglia che non deve essere superata. Le contrastanti decisioni di esportazione del Consiglio federale negli ultimi anni hanno reso necessaria la trasposizione in legge dei principi che regolano le esportazioni di armi. Questo darà al popolo e al parlamento l’opportunità di esprimere le proprie opinioni sui possibili cambiamenti futuri. Il rispetto dei diritti umani nei paesi destinatari deve anche essere una condizione preliminare per l’esportazione di armi prodotte in Svizzera, come è avvenuto nel 2014.

L’iniziativa popolare ha già raggiunto dei risultati: ha spinto il Consiglio federale ha presentare un controprogetto indiretto che va nella direzione dell’iniziativa popolare, che permette però, nella versione governativa, di  aggirare gli obbiettivi dell’iniziativa con delle deroghe, in particolare con le eccezioni previste all’articolo 22b della Legge federale sul materiale bellico. Fortunatamente, il Consiglio degli Stati ha deciso di far rientrare dalla finestra quanto si vuole escludere. Ora tocca al Consiglio nazionale. Se il Consiglio nazionale seguirà la via decisa dal Consiglio degli Stati, che ha già  esaminato l’ iniziativa e il controprogetto, renderebbe possibile il ritiro dell’iniziativa dal momento che  quanto richiesto sarà previsto a livello legislativo.
Restiamo fedeli alla nostra storia umanitaria e incoraggiamo la pace nel mondo assicurandoci che le armi svizzere non siano esportate in paesi in guerra o in paesi che violano i diritti umani.

Intervento durante il dibattito al Consiglio degli Stati, 3 giugno 2021

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